venerdì 30 novembre 2012

I nuovi partigiani

Quando un giorno mi svegliai vidi il mio campo ormai arato. Non era il terreno ruvido ed aperto che attende la sementa. Il terreno che a regola d'arte sapevo domare col mio aratro. Era piatto, squadrato, sembrava quasi una scatola.
Arrivarono i primi ferri, poi altri ancora ed ancora. Viti enormi sposavano le travi, uomini minuscoli con braccia meccaniche facevano germogliare la mia terra con rami d'acciaio e ciminiere scintillanti.
Le mie mani pian piano si ammorbidivano. I calli della zappa svanivano ma al mattino mi svegliavo come al solito prima del gallo.
Stavo male? O stavo bene? Avevo un bel gruzzolo di denaro in mano ma avevo perso la mia natura.
Mi è arrivata poi una lettera, volevano riqualificarmi, mi davano un milione di lire per schiacciare un bottone subito dopo l'accendersi di un spia gialla. Poi mi hanno messo a saldare i tubi, la maschera di protezione dalla luce del saldatore mi lasciava sempre un'abbronzatura con un rettangolo bianco intorno agli occhi. Iniziava a farmi male la schiena, ero malato ogni inverno, bronchite, tracheite, laringite ... mi sentivo più vecchio.
Nacque mio figlio che avevo 35 anni, già da dieci lavoravo in fabbrica e facevo sempre la stessa cosa. Per andare a fare la pipì dovevo chiedere il permesso, dovevamo essere più veloci sempre più veloci. Mio figlio ha studiato, ha mille allergie ma un cuore d'oro. Gli ho raccontato della mia amata terra, ora vuole comprare un uliveto ed una vigna. Ma si sa per farlo ci vogliono i soldi e per un pò a lavorato con me, in fabbrica.
Io sono in pensione da dieci anni ormai, la mia terra è ormai nera e mio figlio lotta per la sua dignità. Non vuole più lavorare in fabbrica, sogna l'uliveto e l'odore del mosto in autunno. Lo vuole fare sulla mia terra, quella che mi hanno tolto per un inganno pagato qualche milione di lire.
Mio figlio ha visto la bara bianca dei bambini morti precocemente, ha visto il rosso sangue dei colleghi feriti ma quando chiude gli occhi sogna il verde uliveto.
Verde, bianco e rosso sono i colori di Taranto.
Verde, bianco e rosso sono i colori del mio paese.
Verde, bianco e rosso sono i colori di mio figlio ... il mio partigiano!

Un abbraccio ai miei concittadini.


giovedì 29 novembre 2012

La vera crisi

Non sono un frequentatore di chiese. Devo dire però che mi piace il silenzio della chiesa vuota, sedermi all'ultimo banco e pensare. E' bello cercare il silenzio in chiesa, proprio perché la nessuno si permette di fiatare. E questo è già un piccolo miracolo.

Non vedo la tv da quasi un anno ormai ma, è inutile dire, che anche io vengo travolto spesso dal ciclone mediatico riguardante la crisi. Economi studiano i flussi di capitali, tecnici analizzano e si ingordano, la plebe piange. Nessuno trova una soluzione, nessuno fa previsioni. Il problema è che tutti guardano nella direzione sbagliata. La crisi economica è solo l'effetto ... la causa è l'uomo.

E' proprio in chiesa che un giorno ho pensato che Gesù una cosa giusta l'ha detta davvero: Ama il prossimo tuo come te stesso. E' una pensiero così semplice e proprio per questo passa sotto gli occhi senza che nessun tecnico se ne accorga. Noi non ci amiamo più. Abbiamo dimenticato come si fa. Preferiamo perdere mesi per escogitare come prendere per il culo il prossimo, ma basterebbe un minuto per amarlo, aiutarlo.
Sembra un cosa un pò troppo assolutista ma, pensateci un attimo, abbiamo rotto la rete dell'amore. E' bravo chi è furbo e debole chi è ingenuo. A tal punto che "furbo" è diventato persino un complimento, "ingenuo" provoca quasi compassione. E' questa la vera crisi.
Abbiamo creato, accettato ed alimentiamo tuttora un mondo fondato sulla legge del più forte. Pesce grande mangia pesce piccolo. Io ingegnere tu operaio. Io politico tu cittadino. Lei non sa chi sono io. Io sono l'amico di. E' questa la vera crisi.
Siamo diventati e ci comportiamo come animali. E' questa la vera crisi.
Gesù quando disse quella frase non sapeva come sarebbe andata a finire, altrimenti su quella croce non ci sarebbe mai salito. Gesù oggi direbbe: Ama il tuo prossimo come te stesso altrimenti ti estinguerai come un animale. Forse detta così non saremmo stati così indifferenti.

Un mio caro amico slovacco, riguardo alla frase di Gesù, ha detto: "Amiamo gli altri così poco perchè amiamo poco noi stessi". E' questa la crisi!

Amatevi ed amate il vostro prossimo è il punto di inizio per tornare ad essere uomini.

Marco.

sabato 6 ottobre 2012

Piccoli cuochi crescono



Vi siete mai svegliati con l'odore del ragù che vi pungeva il naso al mattino? Il latte caldo col miele affianco ad un piatto con le fette biscottate, burro e marmellata di albicocche. L'odore del ragù era così forte che anche il latte sapeva di sugo. Quel profumo ti entrava nelle narici, attraversava tutta la tromba di Eustachio, lo sentivi, respiravi e gustavi allo stesso tempo.

Mio nonno si alzava alle 6:30 la domenica mattina. Faceva la barba nel lavandino del bagno blu, era il bagnetto piccolo, assegnato agli uomini. Ci metteva il tappo, lo riempiva di acqua bollente a tal punto da poterci cuocere la pasta, e dopo dieci minuti lì dentro galleggiava di tutto. Schiuma da barba mischiata a peli, mozziconi e cenere. Uno spettacolo indimenticabile. Mio nonno con una mano fuma, con una si spennella e con l'altra si rade. I conti non mi sono mai tornati, ma la barba se la sa fare bene.

Dopo questo atto a dir poco acrobatico, la domenica era la sua giornata. La nostra giornata. Io mettevo la sedia accanto al suo piano da lavoro e lui iniziava a tagliuzzare tutte le verdure e gli odori. Con il coltello era un maestro, la carota era a cubetti in cinque secondi. Il sedano ancora prima, ma non perchè fosse più veloce, ma la nonna se ne fregava sempre metà e lo mangiava crudo col sale sopra. Mio nonno è un casinaro, ma sul piano da lavoro sembra un pianista. Sul tagliere aveva tantissimi tipi di verdure tritate, sembravano tutte mischiate ma lui col coltello riusciva a inserirle nella pentola nell'ordine giusto. Prima la cipolla nell'olio, poi la carota che ci mette di più, poi il sedano, una foglia d'alloro, la carne ed alla fine il dò di petto col vino che col suo odore accendeva la domenica.

Samuele è come me. Appena iniziamo a cucinare prende lo sgabello ed è con noi. All'inizio si stancava presto, perchè per essere nel posto giusto, doveva sempre scendere spostare lo sgabello e risalire. Ora ha imparato a camminarci. Ha una tecnica tutta sua. Con le braccia si tiene sospeso sul piano di lavoro, con una gamba sposta lo sgabello e ci saltà su. Mio figlio è pericolosissimo. Ma quando lo vedo, mi sembra di sentire ciò che sente, mi sembra di poter guardare attraverso i suoi occhi. Sono di nuovo io, piccolo vicino al nonno Babbo pronto, come un cagnolino, ad assaggiare tutto ciò che rimane ... e a lui, un giorno, quando sarà grande, basterà un odore per tornare a casa.

Buona domenica!

Marco.

martedì 2 ottobre 2012

Chi comanda?


C'è la crisi, bisogna licenziare. E' la soluzione geniale per la quale il manager prende lo stipendio. Sceglie i candidati, ovviamente guardando sempre in basso, tra i lavoratori. Poi manda una mail per fissare un appuntamento, con la sua faccia di culo ti dice la poesia imparata a memoria, e per un anno non ha più niente da fare.

Chi può valutare il valore di una persona? Chi comanda!
Chi decide chi comanda? Chi comanda!

Perchè siamo nella merda  fino al collo? La risposta la lascio a voi.

Viviamo in una realtà in cui i genitori sognano, per i loro figli, carriere ingegneristiche, avvocature. Carriere di comando. Nessuno più ti chiede se sei felice.
Tutti sognano il lavoro, non lavoro. Quello dove non fai nulla e prendi un sacco di soldi. Mio nonno diceva che arriverà il giorno in cui tutti gli ingegneroni si incontreranno al cantiere e non ci sarà chi gli metterà un mattone sopra l'altro.

Mi fa ridere quando sento questi capoccioni dire: "Io sono figlio di operai". Non ho mai capito quale sia il messaggio che vogliono far trapelare. Ma penso di essermene fatto un'idea. Ricordando l'onore e la semplicità dei propri genitori credono di giustificare la loro faccia di culo.

mercoledì 26 settembre 2012

Eccomi ... :)


Eh ... quante cose sono successe :)

Mio figlio va a scuola. Aspettiamo una bimba. Corro 11km in un'ora ... e finalmente questo mio blog inizia a funzionare normalmente :) Il Facebook plugin ora va alla grande cosi saremo sempre più integrati!

Ma torniamo a noi. Tra poco mio figlio avrà 3 anni. E' da un mese che va a scuola ed ogni giorno è riuscito a sorprendermi. Oggi l'ultima. Entriamo nello spogliatoio, inizia a togliersi le scarpe. Come al solito mi chiede dove stiamo andando, anche se praticamente già ci siamo: "Andiamo a scuola Samu".

"E prima di andartene vieni nel cuoricino?"

"Certo piccolo, anche se papà se ne va al lavoro, rimane nel tuo cuoricino. Quindi siamo praticamente sempre insieme".

Ci siamo avviati verso l'aula, già si sentivano le urla degli altri bambini, mi fermo sull'uscio della porta e Samu mi chiede: "Papà ma perchè vai a lavoro?". Tutti gli altri bambini, sentendo la domanda di mio figlio, si fermano si girano verso di me ed attendono la risposta. Imbarazzato rispondo la prima cosa che mi viene in mente: "Papà va a lavoro così poi possiamo comprare la pappa". La maestra mi guarda malissimo, viene in mio aiuto: "Papà va al lavoro così poi ti può comprare i regalini". Prende Samu, mi saluta, e lo porta con se.

E' vero! Il mio lavoro non è pesante solo per me. Ma lo è anche per mio figlio. Mi porta via da lui, ci prende del tempo prezioso e lo rende triste. Molte volte mi chiedo se ne vale veramente la pena. Molte volte immagino me e mio figlio in una grande valle con un branco di pecore, lui corre dietro il cane, io dietro di lui e le pecore dietro di me. Torniamo nella nostra casetta in montagna, il caminetto è acceso ed è già pronta un'ottima minestra di fagioli. Il pomeriggio andiamo a girare le forme di formaggio, prepariamo le camere per gli ospiti del giorno dopo e guardiamo il sole cadere dietro le vette di fronte. Io e mi figlio stiamo sempre insieme.

Esco da scuola, faccio un bel respiro, salgo in macchina e vado al lavoro.

Buona giornata!

martedì 29 maggio 2012

Il coraggio della felicità



Ieri sera, al ritorno dal lavoro, sono andato al negozio per comprare i filoncini. Era da tanto che non ci passavo. Nei negozi di paese c'è sempre un'atmosfera familiare. La cassiera attacca sempre bottone, è un piacere comprare anche solo un paio di panini.

Quando sono uscito due donne mi hanno fermato. Erano due vivaci diciottenni ... non pensate a male: 1918. Mi hanno chiesto di dove sono, se vivo in questo paesino, se mi piace. Ho detto che mi trovo benissimo, bellissima gente, solo che non ci prendono il piccolo al nido perchè è pieno: è l'unica lamentela che posso fare signora. Dopotutto stò anche imparando a non lamentarmi più. Finito il discorso una mi chiede in quale direzione vado. Voleva un passaggio. Ho pensato che quella signora sicuramente avesse radici napoletane. Mi ha fatto venire in mente nonna Mammì, così l'ho portata a casa. Mi ha detto che , per fortuna, ancora ci sono brave persone. Con il dito ormai deformato dall'artrosi mi ha indicato dove accostare. La sua casa "è là, dove c'è il ciliegio". "La ringrazio tantissimo! E venite a raccogliere le ciliege altrimenti cadono e nessuno le mangerà". Che bello. Dopo una giornata di lavoro questa cosa mi ha reso felicissimo.

Ripensando alla signora del ciliegio, stamattina mi sono ricordato, che nel mio blocchetto degli appunti, avevo un pensiero incompiuto e forse la signora mi aveva aiutato a completarlo. L'ultima frase che avevo scritto era una domanda: Cosa ci rende liberi? La signora del ciliegio me lo ha ricordato: la felicità.

Essere felici significa trovare se stessi. Trovando se stessi non si ha più bisogno di surrogati di felicità acquistati col denaro. Il denaro non rende felici. Il denaro ed il "materiale" riempiono il vuoto che c'è fra il "noi" che conosciamo e il "noi" che non abbiamo ancora scoperto. Oggi siamo meno felici perchè siamo pigri. La felicità la rappresentiamo sui cartelloni pubblicitari, con dei modelli prezzati. Ci hanno disabituato alla ricerca della felicità perchè ci vogliono tutti uguali e scontenti: la diversità siamo noi, è quello che ci distingue. Ciò che ci rende felici. I bambini sono felici proprio per questo. Loro non ci capiscono del tutto. Ed è questo a renderli diversi.

Giorgio Faletti, in "signor tenente", cantava il coraggio della paura. Io credo che sia più importante il coraggio della felicità. Per essere ricchi bisogna lavorare molto e magari anche rubare. Per essere felici, bisogna avere coraggio.

Mi piace pensare che la signora del ciliegio questo lo sa, perchè con poco mi ha reso felice. La felicità è contagiosa. Forse andrò a prendere le ciliege da lei e magari, alla fine, potrò darle anche un altro passaggio.

Marco.

venerdì 27 aprile 2012

La demagogia ... cos'è?

Caro sig. Presidente, mi piacerebbe poterla chiamare Giorgio, la sentirei più vicino.

Il mio nome è Marco. Sono un ragazzo di 31 anni, lavoro a tempo indeterminato, un figlio, una moglie ed una casa ... all'estero.

Ho ascoltato il tuo intervento del 25 Aprile e mi sono molto rattristato. Ancora una volta parli il "politichese", difendi i partiti ed attacchi la demagogia. Ma, Giorgio, cos'è la demagogia?

Demagogia è un termine di origine greca (composto di demos, "popolo", e agein, "trascinare") che indica un comportamento politico che attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore. Spesso il demagogo fa leva su sentimenti irrazionali e bisogni sociali latenti, alimentando la paura o l'odio nei confronti dell'avversario politico o di minoranze utilizzate come "capro espiatorio". (cit. Wikipedia)

Chi classifica un demagogo o un comportamento demagogico? In base a quali criteri? A me sembra come quando si dice a una persona di "non essere normale". Cos'è normale? Bisogna rendere trasparente il metodo col quale si classifica la gente, altrimenti questo tipo di giudizi non fanno altro che assumere aspetti denigratori.

Io sono fiero di essere italiano, ma non mi sento rappresentato da nessuno e non voglio nemmeno esserlo. Voglio essere io il protagonista! Voglio poter decidere con un referendum, voglio che il politico faccia il mio interesse, voglio poter licenziare chi non fa il mio interesse, voglio premiare chi fa bene ed eliminare chi fa male, voglio vedere punito chi attenta all'unità di stato.

Voglio un sud uguale al nord, come i tedeschi volevano un est uguale all'ovest dopo la caduta del muro. Loro ci sono riusciti supportati dal governo i nostri governanti sputano sulle bandiere tricolore. Se la mia è demagogia quella di Roma cos'è: "politogia"?

Giorgio abbiamo messo per anni la gente al servizio dell'economia, ora è tempo di mettere l'economia a servizio della gente! Se questo vorrà dire dover fallire, rinunciare all'euro e non pagare i debiti ... allora falliamo, rinunciamo e non paghiamo. Non abbiamo bisogno di un'agenzia americana per essere valutati. Napoli, al tempo del Regno delle due Sicilie, era una delle più grandi potenze mondiali. A Napoli allora si viaggiava per mare, coltivava la terra e non si investiva negli eserciti ma nelle tradizioni popolari.

Non abbiamo tempo di estirpare il marcio, non si riesce più a distinguere. E' come quando sei davanti ad una cassetta di arance dimenticata da qualche parte in dispensa. Le arance marce intaccano quelle sane ed alla fine, quando ritrovi la cassetta, ti fa schifo metterci le mani dentro e devi comunque buttare via tutto. Tu di arance dovresti intendertene Giorgio.

Giorgio l'Italia non è la politica ma ogni singolo cittadino che la abita, di qualsiasi colore, cultura o religione esso sia. Tu sei italiano come me. Siamo fatti allo stesso modo, proveniamo dalla stessa terra ... tu ci sei rimasto, ci hai lavorato, sei cresciuto in Italia. Io l'ho dovuta abbandonare come tanti altri. Perché Giorgio? E' demagogico chiederlo? I nostri beni culturali sono in crisi e lasciamo andare Claudia Ferrazzi a dirigere il Louvre. Non sappiamo come produrre energia ed "estradiamo" Rubbia in Spagna ma compriamo atomiche del dopoguerra in Slovacchia pur avendo detto più volte NO.

Giorgio scendi dal palco e vieni a Taranto. Da noi i ragazzi della mia età fanno solo due cose: tornano per le feste comandate e piangono di nascosto quando vanno via. Sono come le rondini a primavera. Se questa è demagogia allora sono fiero di essere demagogo!

Marco.